mercoledì 24 luglio 2013

Riecco il fermo pesca. E la risposta delle turbosoffianti

Primo giorno di fermo biologico della pesca, allungato quest’anno di una settimana e magari c’è chi pensa che sia la vittoria del prelievo selezionato su quello selvaggio, dei pescatori intelligenti sui predatori che distruggono tutto. Ma bastava guardare l’alba ieri mattina da Pellestrina per cambiare opinione: decine e decine di pescherecci «aravano» il fondale con le turbosoffianti, da Ca’ Roman a Malamocco, arrivando anche a poche decine di metri da riva. In questa zona il litorale è protetto da moletti sommersi che corrono per chilometri paralleli alla costa, a poca distanza dai pennelli verticali, costruiti per difendere il bagnasciuga dal mare grosso. I pescherecci arrancavano anche a sfioro dei moletti, trainando in marcia indietro con il motore a tutta forza la pesante gabbia immersa a prua che recupera il materiale sollevato dalla turbosoffiante. Si pescano in questo modo le vongole di mare. Ammazzando tutto il resto: sogliole, passere, piccoli rombi, seppioline. È inevitabile: la gabbia in ferro striscia sul fondale sparando acqua al massimo di atmosfere attraverso una selva tubicini che scavano la terra e snidano i molluschi. Il rullo compressore non dà scampo ai piccoli pesci, che restano presi nei ferri. La Lega delle cooperative di Chioggia sostiene che non è vero. «Le draghe idrauliche funzionano con un numero di atmosfere controllato» dice Antonio Gottardo. «Questi attrezzi sono stati omologati da istituti di ricerca che ne hanno certificato la sopportabilità per l’ecosistema. Anche se è vero che ogni attrezzo ha un impatto inevitable. Perfino le nasse, sulle quali finiscono le uova delle seppie, che poi vengono inevitabilmente distrutte». Poi ammette: «Dappertutto ci sono le mele marce, se qualcuno fa il furbo va individuato. Fate pure le segnalazioni». A chi? La capitaneria di porto di Chioggia è la più vicina, ma la competenza da Pellestrina in su è di Venezia. Bisognerebbe rassegnarsi a fare le levatacce. Ma anche appostamenti notturni: certe notti in laguna pare di essere più numerosi che di giorno. Ad ogni buon conto ieri alle 7,40 – come ad un ordine preciso – i pescherecci sono rientrati. A Chioggia naturalmente. «Io ne parlerò subito a Michele Tiozzo e a Gianni Stival, i presidenti del Cogevo di Chioggia e di Venezia», avverte Gottardo. Il Cogevo è il Consorzio per la gestione e la tutela della pesca dei molluschi bivalvi: vongole, telline, cannolicchi, fasolari. Quest’ultimo mollusco ha riscosso un successo travolgente alla recente sagra del pesce di Chioggia. Il fasolaro si pesca a 6-8 miglia. Per vongole e telline invece si fa prima sotto costa. I pescherecci interessati sono 186 in tutto il Veneto. Hanno fatto un fermo pesca non retribuito di tre mesi, da aprile a giugno. Apprezzabile gesto. Si sono anche dati una turnazione: vanno a pesca divisi in quote giornaliere e ad orari prestabiliti. Ma evidentemente devono recuperare. Sono gli unici ad avere la deroga, molto contestata dall’Unione europea, a pescare entro le 3 miglia, distanza cui invece sono obbligati gli altri 471 pescherecci della flotta veneta che usano le reti a strascico o le volanti. «Il limite minimo è un terzo di miglio. E’ una pesca caratteristica dell’alto Adriatico, che è ingiusto mettere sotto accusa», li difende Gottardo. «Se il prelievo fosse eccessivo la risorsa andrebbe distrutta, mentre invece continua ad esistere e questo dimostra che l’impatto è sopportabile». Ma per averne un’idea precisa bisognerebbe dare un’occhiata al fondale dopo «il tiro» con la turbosoffiante: il peschereccio si lascia dietro un bombardamento, la devastazione di tutto quello che viveva. Le sogliolette e gli altri piccoli pesci che restano interi, entrano in una cassetta di 10-12 chili, che ogni barca si porta mediamente a casa.