giovedì 12 febbraio 2009

Burano e Pellestrina, dopo l’inchiesta il silenzio

Mercoledì 11 Febbraio 2009

 

Rabbia e sorpresa tra i residenti per gli arresti. «Non ce l’aspettavamo, ma non criminalizziamo tutti i vongolari»

 

Il giorno dopo l’operazione della Guardia di Finanza che ha portato all’arresto di 8 persone ed alla misura cautelare dell’obbligo di dimora per altre 13, a Burano non si parla d’altro. La piccola isola ieri mattina si è svegliata sotto shock. In piazza e nei bar la maggior parte delle persone ha la bocca cucita. Nessuno vuole parlare, nessuno vuole esporsi. L’impressione è che per molti la notizia sia stata un autentico fulmine a ciel sereno.
      A dimostrazione di quanto i provvedimenti giudiziari abbiano scosso la piccola comunità, il fatto che già intorno alle 8 i quotidiani locali erano stati venduti. «I tremila abitanti di Burano – spiega un anziano – si conoscono tutti. E’ evidente che un simile evento abbia profondamente scosso la popolazione. Sono andato a comprare il giornale alle 8.30 ed era già finito. Sono riuscito a leggere la notizia solo perché un mio amico mi ha portato un quotidiano da Cà Savio».
      Tra le poche persone che hanno voglia di parlare sono alcuni pescatori. «La prima cosa che non bisogna fare – spiega Luciano Rossi – è quella di criminalizzare la categoria. La cooperativa di pesca di Burano conta circa un centinaio di iscritti. Può succedere che qualcuno sbagli, ma non per questo tutti gli altri sono delinquenti. Droga e pesca sono cose ben distinte. Se della prima non so assolutamente nulla, della seconda si. Stando alle regole attuali abbiamo l’autorizzazione a pescare al massimo sei, sette volte l’anno. E’ troppo poco per vivere facendo questo mestiere». «Sarà la magistratura a spiegare cos’è successo veramente – spiega Sebastiano, pescatore – Quello che è sicuro è che i buranelli pescano nelle zone attorno a Burano, e non vanno certo fino a Marghera».
      In un clima di preoccupazione e tensione, c’è chi guarda avanti e prendendo atto di quanto successo, lancia una proposta. «Ho già chiamato la Guardia di Finanza, domani parlerò con la scuola – racconta Filippo Lazzarini, segretario della locale sezione Udc – Non voglio strumentalizzare la cosa, ma vorrei organizzare un incontro, magari già dopo Carnevale, tra gli studenti e alcuni medici specializzati nel trattamento delle tossicodipendenze, e la Guardia di Finanza. Dai medici vorrei che spiegassero ai ragazzini i rischi che si corrono ad assumere la droga, dai finanzieri vorrei una lezione sulla pericolosità e sulle conseguenze nelle quali si può incorrere comprendo o vendendo sostanze stupefacenti».
      Poco lontano Pellestrina sta cercando faticosamente di voltare pagina, di lasciarsi alle spalle quel modo di “lavorare” assai redditizio, ma fuori dalle regole. I caparozzolanti stanno arrancando alla ricerca di una nuova professionalità: non più pescatori o caparozzolanti, ma allevatori. Il percorso è tutto in salita, con moltissime difficoltà e delusioni, ma di abusivismo non ne vogliono più sentir parlare. La parola “legalità”, forse per il cambio generazionale delle persone coinvolte, è diventata sinomino di lavoro.
      Dall’altra parte, pur in questo clima, che comunque è tuttaltro che disteso, l’affare “Marinomar” è piombato come un macigno. Nessuno ne vuol parlare, anche se poi qualche parola ci scappa. «Quello che succedeva lì - racconta un pescatore - non ha nulla a che vedere con noi e con il nostro lavoro. Lì portavamo il pescato prestabilito e controllato. Fine». L’edificio che ospitava la “Marinomar Piccola scarl”, era sorto una decina di anni fa, come centro di stabulazione, proprio per raccogliere il pescato delle cooperative dell’isola, che puntavano alla certificazione di qualità del loro prodotto. Era stato affidato con un contratto per ramo d’azienda, recesso poco più di un anno fa per morosità, visto che gli affidatari da otto, nove mesi, non pagavano l’affitto. Ora è diventato sede della Cooperativa di San Pietro in Volta. «Abbiamo fatto le nostre scelte qualche tempo fa - dicono due pescatori - quando è stato deciso che non potevamo più continuare a lavorare senza regole. Ci hanno affidato alcune zone, dove poter pescare e seminare. Questo abbiamo scelto, e questo stiamo facendo.Il nostro timore è che questa brutta storia finisca con il nuocerci, anche se noi ne siamo completamente estranei».
     
Davide Calimani    
      Annalisa Busetto