domenica 22 aprile 2012

Perché è meglio “ignorare” l’isola di Pellestrina

di Roberto Bianchin È perfettamente inutile che cerchiate Pellestrina sulle carte geografiche. Pellestrina non esiste. Io lo so, io ci sono stato. Anche il computer sul quale sto scrivendo, che pure passa per uno strumento sofisticato, quando scrivo Pellestrina, la sottolinea in rosso. Come dire che è un errore. Che chissà che cavolo sto scrivendo. Che questo nome a lui non risulta. Che non l’ha mai avuto nella memoria. Che Pellestrina, appunto, non esiste. Parlava di un’altra isola, ma rispondeva proprio così, Gian Antonio Cibotto (questo computer dev’essere proprio ignorante, sottolinea in rosso anche Cibotto), a chi gli chiedeva cosa fosse Scano Boa e dove si trovasse (sottolinea solo Scano, la bestia). Scano Boa era il titolo, misterioso per i più, di un libro di Cibotto uscito negli anni Sessanta. Per molti, il romanzo più bello, più intenso, del grande scrittore veneto, una delle voci più limpide della letteratura del Novecento. Scano Boa, che dava il titolo al libro, che racconta la storia di un pescatore di storioni, era (ed è) il nome di una piccola isola nel Delta del Po. Una lingua di terra distesa dove il grande fiume finisce la sua corsa e si uccide nel mare. Un posto magico e nascosto, disabitato, dove arrivi solo se hai una barca, e dove non andava e non va mai nessuno. Tranne lui. Che quando lo pigliava la malinconia, si faceva portare fin laggiù dal vecchio Caparìn (sottolinea anche questo, ovviamente), un pescatore amico suo, e passava ore seduto a guardare il mare, a far volare i gabbiani muovendo le braccia come fossero ali, e a parlare con una Madonnina solitaria in cima a un capitello che solo a lui si confidava. Non era tanto per scherzo, o per snobismo, che Cibotto diceva che Scano Boa non esiste. Che quel nome se l’era inventato. E’ che non voleva davvero farlo sapere. Perché in quegli anni stava per arrivare il turismo anche lì, e lui, che è nato e vive a Rovigo, amava follemente quei posti, e voleva preservare dai disastri del turismo di massa il suo angoletto di paradiso. Potrei finire di scrivere qui. Avrete già capito. Pellestrina è Scano Boa. Non esiste. O almeno, andiamo in giro a raccontarla così. Togliamo i cartelli stradali e cancelliamola dalle mappe. Fermiamola nel tempo. Conserviamola com’è. Solo per noi. Posto dell’anima, privilegio per pochi. Dura. Certo che è dura. E i pellestrinotti (sottolinea anche questo), stirpe aspra e forte, ma capace di dolcezze improvvise, vanno capiti. Perché non hanno torto. Diversamente dal Lido, da Murano, da Burano, Pellestrina è l’unica isola della laguna di Venezia che non ha turismo. Che non ha strutture. Che non raccatta nemmeno le briciole lasciate da quei ventidue milioni di turisti che invadono Venezia. Brontolando, ma se la sono sempre cavata. Ora però che la pesca e i cantieri sono entrati in crisi (la pesca anche per colpa di chi ha arato il fondo con quei rastrelli micidiali), e che lavoro non ce n’è, è sempre più difficile resistere. Ecco allora che spuntano progetti di sfruttamento turistico anche a Pellestrina: stabilimenti sulla spiaggia, alberghi, pensioni, locande, residence, villette, villaggi turistici, darsene, porticcioli. Tutto bello e giusto. Difficile anche opporsi. Valorizzerebbe l’isola, porterebbe lavoro, non costringerebbe i giovani ad andarsene. Però cambierebbe volto all’isola. Irreparabilmente. La omologherebbe. Distruggerebbe la sua diversità. Ne scalfirebbe quella patina di autenticità resistente ai tempi e alle mode. Non sarebbe più solo dei veneziani che ci vanno in barca e che affollano le sue deliziose trattorie. Troviamo altri modi per aiutare i meravigliosi pellestrinotti a resistere. Ma, per favore, cancelliamola dalle carte. Pellestrina non esiste. r.bianchin@repubblica.it