sabato 29 marzo 2008

Nuovo allarme, laguna avvelenata dalla diossina

Venerdi' 28 Marzo 2008

 

 Da Marghera a Pellestrina rilevate concentrazioni record della sostanza, che attraverso la fauna ittica entra nella catena alimentare

 Gli esperti chiedono un’indagine epidemiologica: «Si rischia di fare la fine della Campania con la mozzarella»

 


L'hanno trovata nei canali che si snodano davanti al Petrolchimico di Porto Marghera, e questo era ovvio. Ma l'hanno trovata anche in Canal Grande, sotto il ponte di Rialto; o tra Murano e le Fondamente Nuove; persino di fronte alle casette dei pescatori di Pellestrina , tanto lontane dalle ciminiere di Marghera... È la famigerata diossina che nelle acque della laguna di Venezia c'è un po' dappertutto. Ma quel che è peggio è che questo contaminante tanto insidioso entra nella catena alimentare. E non sarebbe un caso che nel sangue di un campione di veneziani che mangiano pesce e molluschi di laguna in abbondanza siano stati trovati livelli di diossina pari a quelli degli ex lavoratori del Petrolchimico. Insomma quanto basta per chiedere alla Regione un'indagine epidemiologica seria sulla contaminazione da diossina di veneziani e veneti, a confronto.

L'appello è stato rilanciato ieri, a Venezia, al 7. convegno organizzato dall'Inca, il Consorzio interuniversitario per la chimica per l'ambiente di Marghera, e dedicato proprio alla diossina e ai pop's in genere, quei contaminati organici persistenti cioè che resistono nel tempo e si accumulano nell'ambiente. «Perché tutto quello che scarichiamo nella laguna, non dimentichiamocelo mai, prima o poi ce lo mangiamo - ha esordito Stefano Raccanelli, responsabile del laboratorio analisi dell'Inca - Anche il gabbiano che si ciba della spazzatura abbandonata, poi muore, diventa cibo per i pesci che finiscono sulle nostre tavole. Il bersaglio, alla fine, siamo sempre noi». Punto di partenza, dunque, lo stato delle acque lagunari, che ieri è stato illustrato da Giorgio Ferrari, del Servizio antinquinamento del Magistrato alle acque (Sama) di Venezia. Gli "obiettivi di qualità" per la diossina, che erano stati fissati dal decreto Ronchi-Costa nell'ormai lontano 1998, sono ampiamente sforati quasi ovunque. Il Sama lo ha stabilito dopo aver analizzato campioni d'acqua prelevati in 18 stazioni che coprono l'intera area. Se l'"obiettivo di qualità" è di 0,013 pico grammi per litro, la media lagunare è di 0,121 pg/l, che si impenna naturalmente davanti al Petrolchimico dove i valori superano i 0,340 pg/l. In cima alla lista dei punti più inquinati ci sono così Fusina, seguita dal canale industriale ovest, da quello nord, da Pellestrina . «Un dato, quest'ultimo, che si spiega con l'attività cantieristica che c'è in isola» ha spiegato Ferrari. Un po' più in basso, ma sempre ben sopra ai 0,100 pg/l, anche Rialto. Le «zone buone della laguna», come le ha chiamate Ferrari, dove si rispettano gli "obiettivi di qualità", o quantomeno non ci si discosta troppo, sono invece quelle dell'estrema laguna nord (Burano, il canale Dese, le Saline) e di quella sud (attorno a Chioggia).

Il Sama ha anche provato a analizzare la diossina accumulata nei mitili pescati in una zona relativamente buona, come il canale di Fisolo, rispetto a quelli dei canali industriali. Se i primi hanno un tasso di tossicità equivalente di 0,500 pg per grammo liofilizzato di prodotto, al di sotto dei limiti imposti dalla Comunità europea, i secondi li superano, e di molto, arrivando a picchi di 52,369 pg/g. Un mitile, poi, trasportato dalla zona "pulita" a quella "sporca", nel giro di un paio di mesi, moltiplica i suoi livelli di diossina. Un'ulteriore conferma della "biodisponibilità" di questo inquinante, di come cioè possa essere assorbito non solo attraverso i sedimenti (l'esempio classico è quello delle vongole), ma anche dall'acqua (il caso dei mitili, appunto). Insomma una ragione in più per non abbassare la guardia contro questi pop's. «É essenziale continuare a monitorare le acque della laguna - ha concluso Ferrari - in vista di quella riduzione degli inquinanti che passerà attraverso la rimozione dei sedimenti e il marginamento delle rive. Tutte operazioni in corso, ma per cui ci vorranno anni».

Mentre Raccanelli ha insistito per un monitoraggio della popolazione, attraverso l'analisi delle diossine che si accumulano nel sangue e anche nel latte materno. «Stiamo nascondendo la testa sotto la sabbia - ha avvertito il ricercatore -, ma attenzione perché così faremo la fine della Campania, con le sue mozzarelle: che fosse stata trovata della diossina lo si sapeva dal 2003, ma non si è fatto nulla e ora sta crollando un mercato mondiale. Le nostre analisi sui veneziani ci danno delle indicazioni preoccupanti, in particolare sui grandi consumatori di pesce, che hanno livelli di contaminazione paragonabili a quelli dei lavoratori del Petrolchimico». Raccanelli ha anche ricordato come i primi dati sui «grandi e piccoli consumatori di pesce sono noti dal '99, furono oggetto di una tesi di laurea, che poi però fu tenuta ben nascosta. Non li comunicarono neppure ai volontari che si erano prestati a donare il sangue. Un'assurdità, perché in questi dieci anni si sarebbero potuti fare tanti accertamenti utili. Ora si tratta di recuperare il tempo perduto. Serve una seria indagine epidemiologica su veneziani e veneti a confronto. Alla Regione Veneto abbiamo già inviato un nostro progetto. Contiamo in una risposta».

Roberta Brunetti