martedì 6 maggio 2014

C’è già chi lo ha ribattezzato l’antiSchettino di Pellestrina

C’è già chi lo ha ribattezzato l’antiSchettino di Pellestrina, ma quel che è certo è l’intenzione di Municipalità e Comune di Venezia di intitolargli una strada. Stefano Zennaro ai più dirà forse poco come nome, probabilmente perché la sua storia avventurosa di capitano nella marineria mercantile risale ai primi anni del Novecento. Una storia emersa di recente e per la quale il presidente della Municipalità dell’isola, Giorgio Vianello, ha voluto andare fino in fondo, rintracciando un pronipote, Ferruccio Ferrazzi che ora vive a Bergamo, e che ha affidato la memoria del prozio all’assessore alla Toponomastica Tiziana Agostini e allo stesso presidente del decentramento. Dalla città lombarda con la chiarezza di ricordi, immagini e materiale storico, la convinzione ancor più chiara di intitolare al capitano una delle strade ancora senza nome a Pellestrina. Nel 1901 mentre il capitano in questione era al comando della nave mercantile Jupiter, un piroscafo che trasportava lo zolfo delle miniere di Sicilia, incappa in un terribile fortunale che lascia la nave per quaranta giorni in balia delle onde. Dopo aver bruciato tutto il carbone combustibile, a motore ormai spento, Stefano Zennaro autorizza l’equipaggio a mettersi in salvo, ma sceglie di rimanere sulla nave con il secondo ufficiale di macchina, Giuseppe Bacigalupi, per difenderne l’incolumità. Dopo due tentativi di rimorchio da parte di altrettante navi inglese e tedesca, viene sollecitato ancora a lasciare il Jupiter. Ma non desiste e alla fine la nave norvegese Juno, dopo altri tredici giorni alla deriva, essendosi finalmente placate le acque, riesce a portare in salvo la nave e i due ufficiali. Al rientro Zennaro fu premiato con medaglia d’oro e 15 mila lire da parte dei Lloyd’s inglesi, assicuratori e armatori della Jupiter. Una storia d’altri tempi, raccontata dal pronipote Ferrazzi che fu ufficiale alpino in Montenegro durante la seconda Guerra Mondiale, che rientrò in Piemonte nell’estate del 1943, quando entrò in clandestinità per raggiungere poi a Venezia nel periodo della Resistenza come comandante del corpo dei volontari della libertà. 
 Simone Bianchi