sabato 15 febbraio 2014

Caparozzoli, pochi controlli e grande crisi

L’esperto: «Le diossine sono in calo, i pontili di sbarco non li hanno mai fatti. E le aziende chiudono»

Vongole sane? Per la legge attuale basta che i controlli batteriologici vengano fatti prima dell’immissione sul mercato. Ma non c’è ancora una rete efficace ed estesa di controlli sugli accumuli degli inquinanti, in particolare metalli pesanti e diossine. Risultato, incertezze e ritardi hanno portato alla crisi del settore, che ha ridotto drasticamente la produzione di vongole, e in particolare di Tapes philipinarum rispetto agli anni Ottanta. Una miniera d’oro che si va esaurendo, portando alla disperazione centinaia di famiglie e minacciando alle fondamenta una delle attività tipiche dell’estuario, in particolare Pellestrina e Punta Sabbioni. «Per questo motivo occorre portare a termine la campagna di monitoraggio avviata qualche anno fa in accordo con il Magistrato alle Acque», dice Lino Natale Pavan, ricercatore e consulente della Provincia nel settore ambientale, «un’attività che deve essere fatta in modo sistematico, con analisi tossicogenomiche per verificare lo stato di salute dei molluschi sottoposti a situazioni di inquinamento ambientale». Una legge regionale del 2004 (la 3366) mai del tutto applicata che imponeva la ricerca delle diossine oltre che dell’esaclorobenzene e le esaclorobutadine.
Altra direttiva europea mai applicata quella che prevedeva la realizzazione di punti di sbarco. Norma europea applicata nel 2010 dal governo italiano che aveva emesso il regolamento per i controlli sui punti di sbarco del pescato e sul trasporto dei molluschi al primo stabilimento di destinazione. Una struttura che secondo i tecnici avrebbe facilitato il trasporto del prodotto ai mercati, evitando burocrazia e soprattutto incertezze sulla qualità. Quanto all’inquinamento, Pavan esibisce studi degli ultimi anni che rilevano come sia diminuita la concentrazione di inquinanti, in particolare di diossine. «Diossine che erano state immesse in laguna quasi tutte con il Petrolchimico di Marghera, oggi in disarmo», spiega Pavan, «la cui presenza oggi andrebbe misurata con campagne frequenti e controlli».
Ma mentre si discute l’industria dell pesca perde i pezzi. Fallita anche la grande scommessa di lanciare l’allevamento in aree protette e certificate. Anche qui una burocrazia infinita, denunciata dagli allevatori, con l’obbligo imposto dalla Provincia di acquistare il seme dal Graal. «Sarebbe come se un allevatore non potesse disporre delle sementi e dovesse pagare un soggetto terzo per farlo», dicono. E la crisi del settore non si ferma.(a.v.)