venerdì 30 gennaio 2009

È morto Giuseppe Campolonghi

Protagonista per decenni della Dc veneziana, fu due volte assessore. Domani mattina i funerali

 

Domenica scorsa aveva appena compiuto i suoi 83 anni. Pochi giorni dopo, è morto improvvisamente, nella sua casa in via da Asola a Ca’ Bianca al Lido, Giuseppe Campolonghi, uno dei grandi pionieri della Democrazia Cristiana, figura politica di spicco e riferimento per decenni nella vita politica veneziana, molto conosciuta in città. A Ca’ Farsetti aveva ricoperto vari ruoli: da delegato del sindaco, a consigliere comunale fino ad assessore. Campolonghi, aveva militato, fin da giovanissimo, tra le fila della Dc, proseguendo sempre nella fedeltà al partito fino a quando è esistito. Non è un caso, dunque, che una volta scioltasi la Dc avesse deciso di ritirarsi dalla vita politica locale rifiutando, negli ultimi tempi, non pochi inviti. Ma il suo compito è sempre stato caratterizzato un legame forte con Venezia, le sue isole e la laguna. Nato a San Pietro in Volta nel 1926, il suo primo incarico pubblico era stato proprio quello, negli anni ’60, di delegato de sindaco Favaretto Fisca per Pellestrina e la laguna sud. Prezioso fu anche il suo ruolo nella ricostruzione dopo l’alluvione del ’66: una foto lo ritrae ai Murazzi in compagnia di Robert Kennedy che era andato a ricevere. Dopo l’esperienza di consigliere comunale, per due mandati è stato assessore della giunta Longo alle licenze commerciali ed ai tributi.
      Ma Campolonghi era anche uno della famiglia del Gazzettino: lavorava all’ufficio abbonamenti del nostro giornale, posto di lavoro che aveva lasciato circa a metà degli anni ’80 per andare in pensione.
      Giuseppe Campolonghi lascia la moglie Agata e le figlie Cristina, giornalista professionista per alcuni anni anche della cronaca del Gazzettino, e Roberta. I funerali verranno celebrati domani mattina (sabato) alle 11 nella chiesa di Sant’Ignazio a Ca’ Bianca.
      Lorenzo Mayer

giovedì 29 gennaio 2009

De Poli, il prefetto vuole intervenire sulle banche

In questo modo i lavoratori del cantiere navale di Pellestrina potrebbero ottenere il pagamento degli arretrati

 

Sono senza stipendio da due mesi e non nutrono più alcuna illusione di conservare il loro posto di lavoro. E l’unica speranza cui si aggrappano è quella di essere ricollocati nella realizzazione delle grandi opere, a partire dal Mose.
      Sono i 92 operai e impiegati dei cantieri navali De Poli, azienda a serio rischio di chiusura, “tra cui 7 apprendisti che in caso di licenziamento non godrebbero nemmeno degli ammortizzatori sociali”, come ha ricordato Giorgio Molin, segretario generale Fiom-Cgil che ha guidato una loro delegazione, di circa 50 persone, ad un incontro ieri con il prefetto Guido Nardone.
      Il prefetto ha assicurato il suo impegno sia ad aiutare i dipendenti De Poli a ricollocarsi sul mercato del lavoro sia per ottenere un intervento delle banche che assicuri il pagamento dei loro stipendi arretrati.
      Esclusa invece dai rappresentanti dei lavoratori l’ipotesi, sostenuta dai vertici aziendali, di un rientro in cantiere solo per completare le navi ancora in costruzione.
      «Da una parte è tutto da vedere se gli armatori norvegesi sono interessati ancora all’acquisto delle navi, data la situazione, poi è impossibile che le ditte esterne, il cui apporto è indispensabile, si impegnino con il rischio di non essere poi pagate, e su questi punti il prefetto ha condiviso tutti i nostri dubbi – secondo Molin – ma soprattutto non si può chiedere a queste persone di prolungare la propria agonia lavorativa in una situazione di tale precarietà non solo economica, ma anche sotto il profilo della sicurezza. Vogliamo rischiare un altro paio di morti per chiudere in bellezza?»
      Restano le due richieste urgenti formulate dai lavoratori.
      «La professionalità di questi lavoratori è tale che possono certamente essere ricollocati nella realizzazione della parte meccanica del Mose – ha ribadito Molin – inoltre serve che le banche, dietro parere del commissario del tribunale, si facciano carico in tempi rapidi degli stipendi dei lavoratori rifacendosi sull’azienda».
      Ma resta anche, ad aggravare la crisi, l’incertezza sul destino dei circa 250 dipendenti delle ditte esterne che lavoravano prevalentemente per la De Poli oltre all’incertezza sul futuro economico di un’intera area, quella di Pellestrina, di cui il cantiere navale è di gran lunga la maggiore attività produttiva.
      Dal loro canto i dipendenti dei cantieri, oltre a subire il danno, si sentono beffati.
      «Lo stipendio di dicembre non è mai arrivato, mentre per quanto riguarda la tredicesima abbiamo ricevuto la busta paga – sbottano - ma senza un soldo, solo la ricevuta insomma ma non l’accredito, una beffa».
      Lo stipendio medio degli operai è di poco più di mille euro al mese e «non abbiamo risparmi per andare avanti – scandiscono - I De Poli hanno passato un bel Natale comunque, molti di noi non hanno potuto fare un regalo ai bambini».
      Pierluigi Tamburrini

mercoledì 28 gennaio 2009

Gruppo 'Pellestrina c'è!'

Alcune affermazioni degli assessori intervenuti al convegno organizzato dal Comune di Venezia sul
futuro dell’isola di Pellestrina e alcuni articoli della stampa in quest’ultimo periodo ci hanno fatto
comprendere che il modello organizzativo previsto dallo statuto del comune di Venezia non gode
della fiducia da parte degli stessi attuali amministratori del Comune.
La suddivisione del territorio in cinque municipalità ha prodotto cinque fotocopie burocratiche del
Comune di Venezia, con poteri che molto spesso tendono a sovrapporsi o a scontrarsi con quelli
dell’organizzazione centrale e dove i confini delle competenze molto spesso appaiono confusi.
L’isola di Pellestrina ha da sempre dichiarato la propria contrarietà rispetto a questo modello,
ritenendolo eccessivamente penalizzante nei confronti della propria realtà territoriale, che ne
sarebbe uscita sminuita e svilita, con il sacrificio della propria identità e peculiarità. I documenti
che in tal senso l’ultimo consiglio di quartiere aveva prodotto e proposto hanno allora aperto un
dibattito che l’Amministrazione e il Consiglio comunale di Venezia hanno sottovalutato, ritenendo
che la perdita di identità avrebbe potuto essere sacrificata alle esigenze di una più corretta ed
efficiente organizzazione comunale.
A distanza di quattro anni constatiamo che sono gli stessi amministratori del Comune di Venezia a
mettere in discussione quel modello amministrativo.
In questa situazione non possiamo non pretendere che l’isola di Pellestrina venga ascoltata, e che
venga valutata la possibilità di valorizzarne identità e peculiarità.
La valorizzazione di identità e peculiarità non passa per un’ulteriore riduzione del numero di
municipalità, ma per una razionalizzazione delle funzioni e delle strutture delle stesse. E’ inutile
fare cinque microstrutture comunali, se poi non si fanno funzionare o non si attribuiscono deleghe
reali. E’ facile poi dire che non funzionano.
A nostro giudizio, il decentramento non deve essere burocratico, ma funzionale e funzionante, e
rispettoso delle realtà locali.
Prevedere un aumento delle municipalità potrebbe sembrare un’operazione irrealizzabile, se
all’aumento corrispondesse il pari aumento delle strutture burocratiche, per cui ci troveremmo ad
avere 10 o 12 municipalità e 10 o 12 ministrutture burocratiche, che presenterebbero gli stessi difetti
di quelle già esistenti.
Un incremento delle municipalità con una contestuale riduzione delle strutture burocratiche, con
una razionalizzazione e definizione seria e precisa di compiti e funzioni, può rappresentare invece la
vera sfida per l’Amministrazione comunale.

Su questo vogliamo discutere con l’Amministrazione comunale, perché non riteniamo che ancora
una volta i destini dell’isola di Pellestrina vengano decisi senza ascoltarne la voce.
Il proporre l’istituzione di un organismo, che sia rappresentativo dell’isola, sia esso municipalità o
quartiere o altro, è dare voce a una identità e alla sua cultura, per valorizzarne la ricchezza.

     Rossella Favero

«Pellestrina non è Cenerentola»

Domenica 25 gennaio 2009

 

Acque mosse a Pellestrina dopo le dichiarazioni dei giorni scorsi sulla presunta «secessione» dell’isola dalla Municipalità di cui fa parte con il Lido. Un trentina di cittadini si sono ritrovati venerdì sera all’ex cinema Perla, dove hanno messo a fuoco i problemi dell’isola e hanno gettato le basi per le azioni da attuare allo scopo di riuscire ad essere più presenti, come comunità, nella vita politica del Comune.  «Vogliamo porci come un interlocutore attivo e rappresentante dei bisogni dell’isola», commenta Rossella Favaro promotrice dell’iniziativa, «gli stessi amministratori del Comune mettono in dubbio l’efficacia delle Municipalità».  E’ proprio questo il tasto dolente: il modello non funziona e l’isola non è rappresentata a dovere. Le soluzioni al momento devono ancora essere studiate, anche se sono state avanzate ipotesi a livello embrionale. Come dice Emilio Ballarin «per andare avanti serve un cambiamento dello statuto che ha previsto le Municipalità, servono deleghe e strutture coerenti con le caratteristiche del posto». O, come sostiene Natale Vianello, «dobbiamo puntare ad avere una figura interessata solo alle isole e che abbia il potere di cambiare le cose come potrebbe essere un assessore nominato ad hoc».  Ma queste sono tutte cose che verranno in seguito. Da subito si comincerà a sensibilizzare l’opinione pubblica. Il gruppo, che ha deciso il nome di «Pellestrina C’è», si troverà il 2 febbraio per cominciare la raccolta firme ed avere così la legittimazione a parlare a nome della comunità. «Non vogliamo partire con connotazioni politiche», ribadisce Emilio Ballarin, «serve unità di intenti per l’isola e le sue esigenze, per questo aspetteremo di essere in tanti. Abbiamo una proposta seria e punteremo sulle tematiche più urgenti». Sono usciti ancora gli ormai storici problemi dell’isola: la sanità con servizi carenti, l’aridità turistica e la questione arenile. Ma non solo: «Adesso parlano delle tegnùe e ci sarà un incontro per parlare del polo scientifico che vogliono fare: ma qualcuno dell’isola ne sa qualcosa?», chiede Mario Sambo. La cosa certa e che non si tratta di lagnanze campanilistiche, ma di problemi concreti che il gruppo vuole siano risolti al più presto.

     Marco Vianello

 

De Poli, braccio di ferro con l’armatore norvegese

Tutto ruota attorno a una nave che il committente non vorrebbe più, ma l’azienda replica. Ieri la protesta dei lavoratori

 

Braccio di ferro tra i cantieri De Poli e l’armatore norvegese che ha affidato all’industria di Pellestrina la costruzione di una nave. Ieri tra i lavoratori dei cantieri correva la voce che l’armatore avesse disdetto il contratto, per la situazione finanziaria dell’azienda. Nel sito della sua società infatti, sull’elenco delle nuove navi, le commesse affidate a Pellestrina non compaiono. L’armatore scandinavo avrebbe anche inviato una lettera ai De Poli, con cui rinunciava alla commessa.
      La De Poli, tuttavia, nel confermare che nel sito non c’è traccia della nave in costruzione a Pellestrina, ha sostenuto che si tratterebbe di un percorso per poter avviare una "trattativa" per ridurre il costo finale, che per metà è già stato pagato. E alla De Poli, al momento, non è arrivata alcuna disdetta.
      Tutto questo mentre eri mattina a Pallestrina si è vissuta una protesta dei lavoratori, dalle 7.30 alle 13, conclusa con l’annuncio di un incontro previsto per oggi, alle 10.30, con il prefetto. Erano presenti tutte le tute blu della De Poli in sit in, dinnanzi al cantiere, sulla strada fronte mare, con striscioni di protesta poggiati sul terrapieno del murazzo. Una protesta tutto sommato pacifica, con solo qualche momento di tensione, mediata dalla presenza dei carabinieri. La prima mossa fatta dagli operai è stata la chiusura di tutte le entrate esterne del cantiere, con catene e lucchetti, per impedire l’entrata degli amministratori, che, scesi dall’autobus e visto il movimento, si sono subito allontanati. Anche il blocco momentaneo degli autobus in circolazione non ha provocato tutto sommato esagerate proteste.
      La De Poli, però, non ha gradito l’azione di lotta.
      «Pur comprendendo le ragioni della manifestazione di protesta - afferma l’azienda in una nota - troviamo riprovevole gli atteggiamenti di violazione privata contro la proprietà e il lancio di insulti di cui, ieri, sono stati fatti oggetto alcuni esponenti dell’azienda. Di fronte alla richiesta di versamento degli stipendi, l’azienda sottolinea che proprio a partire dalla seconda metà di dicembre questi non siano potuti essere stati percepiti a causa del rifiuto da parte del sindacato della sottoscrizione della Cassa Integrazione richiesta nel mese di dicembre stesso. Tale rifiuto ha dunque comportato un arresto obbligato degli stipendi, che altrimenti sarebbero stati versati grazie all’intervento degli ammortizzatori sociali». Per i lavoratori la situazione sta diventando ingovernabile, vista la mancanza di informazioni e di decisioni immediate. Infatti, anche se il cantiere ha chiesto il concordato preventivo, e la direzione dell’azienda sarà assunta da un professionista nominato dal tribunale, anche se due banche hanno accettato di finanziare la conclusione delle navi in costruzione, l’incontro tra il commissario giudiziale e i creditori del cantiere avverrà soltanto il 22 febbraio. «Non sappiamo più che cosa fare - dicono gli operai - siamo soltanto contenti, a questo punto, che i De Poli, il Cda, gli amministratori, siano estromessi dalla proprietà, anche se in realtà si sono estromessi da soli».
      Annalisa Busetto

martedì 27 gennaio 2009

Pellestrina. In mattinata protesta degli operai della De Poli

 

Giornata di protesta oggi al Cantiere Navale De Poli. L’appuntamento, confermato dalle Rsu aziendali, per un picchetto che potrebbe durare anche tutto il giorno è alle 7.30. «Non riusciamo ancora a capire che cosa succederà, quale sarà il nostro futuro - dicono gli operai - si sono fatte tante ipotesi, ma qualcosa di abbastanza certo, che ci faccia intravedere una speranza, non esiste. Vogliamo sensibilizzare i residenti sulla gravità della situazione». Da un mese è arrivata la crisi, con lo spettro per i lavoratori, della cassa integrazione e della chiusura. L’ultimo passaggio, il commissariamento dell’azienda da parte del tribunale. «Ora - dice qualcuno - tutto il lavoro che è stato fatto è solo per rientrare in possesso di soldi già dati, già finanziati. Noi ci siamo soltanto come comparse, per completare le navi, ma non abbiamo nessuna prospettiva per il dopo. Stiamo ancora aspettando il salario di dicembre e la tredicesima. Se tutto va bene, vedremo questi soldi a marzo. Nessuno però si chiede come facciamo a vivere. Siamo operai e non imprenditori, e questo ritardo sta uccidendo noi e le nostre famiglie». E’proprio questa incertezza, questa cortina di nebbia posata sul loro futuro che non sopportano. Gente che qui ci ha passato mezza vita, che aveva fatto del posto di lavoro la sua seconda casa, e proprio per questo si è sentita doppiamente tradita. «Qui eravamo come una grande famiglia - concludono - è tutta una fregatura perché in famiglia si parla, si discute, si informa. Ad oggi, dopo oltre un mese, nessuno ha mai parlato con noi».
      Annalisa Busetto

lunedì 26 gennaio 2009

È gravemente malata e vorrebbe sposarsi in ospedale, ma i fratelli vogliono bloccare le nozze

Domenica 25 Gennaio 2009

 

Tutto è pronto per celebrare il rito civile domani. Tuttavia secondo i parenti della donna non sarebbe la sua precisa volontà

 

È gravemente malata e dovrebbe sposarsi domani all’ospedale di Mestre, ma i familiari hanno chiesto ufficialmente di bloccare il matrimonio. Ed ora si prepara una battaglia a colpi di carte bollate, che non si sa a che esito possa portare. Un “caso” comunque destinato, certamente, ad aprire un dibattito.
      Tutto era già stato predisposto nei minimi particolari: domani mattina alle 11, all’ospedale dell’Angelo, avrebbe dovuto presentarsi l’ufficiale di Stato civile del Comune di Venezia per celebrare l’unione. Una donna originaria di Pellestrina, di 57 anni, degente nel reparto di Neurologia dell’ospedale di Mestre ma per tanti anni dipendente di un bar del Lido, dovrebbe sposarsi con il suo convivente, conosciuto da molti anni.
      Ma nessuno probabilmente immaginava che si sarebbe scatenata la tempesta. I familiari della donna, ed in particolare uno dei fratelli, venuti a conoscenza casualmente solo nei giorni scorsi dal personale ospedaliero durante una visita alla sorella ricoverata, si sono ribellati. Immediatamente si sono opposti ed hanno dato mandato ad un legale affinché faccia annullare, in extremis, il matrimonio. I fratelli sostengono, infatti, che in tanti anni di conoscenza della coppia, la sorella non ha mai voluto sposarsi, contestando quindi ora una decisione che potrebbe risultare, proprio in un momento così delicato per la sorella, affrettata e tardiva. A detta della famiglia d’origine della donna, inoltre, non ci sarebbe stata, in passato, alcuna avvisaglia della volontà di contrarre matriomonio. L’avvocat Francesco Mario d’Elia, ieri mattina, su incarico dei familiari ha perciò inviato un fax urgente al sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, quale ufficiale di Stato civile, ed alla direzione sanitaria dell’ospedale per chiedere che vengano fatte alcune verifiche, in merito alle nozze contestate, prima di procedere, eventualmente, al rito civile. In particolare, nell’esposto si chiede se non sia il caso di nominare un tutore giuridico che possa meglio verificare le reali volontà della donna. Viene anche sottolineato nel documento inviato al sindaco e all’Ulss 12 (quest’ultima come ente a cui è affidata la responsabilità dei pazienti ricoverati) di meglio valutare se, le condizioni psicofisiche in cui attualmente si trova la donna, siano idonee in questo momento a farle assumere una decisione così importante come quella di un matrimonio in cui si prendono precisi doveri civili, giuridici ed anche etici e morali.
      Intanto ieri, a quanto pare, la donna sarebbe stata trasferita in un’altra struttura sanitaria sempre in terraferma. E solo domani si saprà se il matrimonio andrà a buon fine.
      Lorenzo Mayer

Pellestrina verso l’autonomia

Domenica 25 Gennaio 2009

 

È stata costituita l’associazione che punta a staccare l’isola dalla municipalità del Lido

 

Nessuna unione con Chioggia, anche se i pellestrinotti e i chioggiotti hanno tante cose in comune, e godono di rispettosa amicizia, nessun referendum per la divisione da Venezia. «Tutte storie montate ad arte» commenta Lorenza Vianello. Di vero c’è soltanto la nascita ufficiale del “gruppo Pellestrina c’è”, avvenuta la scorsa sera nella sala dell’ex cinema Perla. Quindici giorni fa il primo incontro, tra persone con situazioni e credi politici diversi, impegnati in vari settori della vita sociale dell’isola, uniti però da un comune intento: essere parte attiva nella rinascita di Pellestrina, oggi isola sconfitta e sommersa da problematiche derivanti dalla crisi della pesca e della cantieristica, che hanno tolto a questa realtà, oltre 400 posti di lavoro.
      Un unico obiettivo comune: Pellestrina deve tornare ad avere una realtà politica autonoma.
      L’esperienza della Municipalità accorpata al Lido, per i più è stata un fallimento. Non per le persone che compongono il parlamentino, ma proprio per la struttura stessa, che non ha tenuto conto dell’identità chiara e definita dell’isola. «Pellestrina ha da sempre dichiarato la propria contrarietà rispetto alle Municipalità - fa sapere il gruppo - perché questa manovra ha prodotto cinque fotocopie burocratiche del Comune di Venezia, con poteri che molto spesso tendono a sovrapporsi o a scontrarsi con quelli dell’organizzazione centrale e dove i confini delle competenze appaiono confusi. Nel caso specifico nostro poi, tale modello è risultato eccessivamente penalizzante. I documenti che l’ultimo Consiglio di Quartiere aveva prodotto e proposto, avevano aperto un dibattito che l’amministrazione e il Consiglio comunale hanno sottovalutato, ritenendo che la paventata nostra perdita di identità, avrebbe potuto essere sacrificata alle esigenze di una più corretta ed efficiente organizzazione comunale».
      Così non è stato, tanto che oggi sono gli stessi amministratori del comune a mettere in discussione questo modello amministrativo. «In questa situazione - continuano - non possiamo non pretendere che Pellestrina venga ascoltata, e che venga valutata la possibilità di valorizzarne identità e peculiarità». E la valorizzazione di ciò che è così importante per i pellestrinotti, non passa per un’ulteriore riduzione del numero di municipalità, ma per una razionalizzazione delle funzioni e delle strutture delle stesse. «Un incremento delle municipalità - dice Rossella Favero, portavoce di “Pellestrina c’è” - con una contestuale riduzione delle strutture burocratiche, con una razionalizzazione e definizione seria e precisa di compiti e funzioni, può rappresentare invece la vera sfida per l’amministrazione comunale. Serve un organismo che sia rappresentativo dell’isola, sia esso municipalità o quartiere o altro, e che dia voce ad una identità e alla sua cultura, per valorizzarne la ricchezza».
      Annalisa Busetto

sabato 24 gennaio 2009

Cantieri De Poli, debiti per 120 milioni di euro

L’azienda di Pellestrina ammessa dal Tribunale al concordato preventivo offrendo ai creditori 33 milioni

 

I Cantieri navali De Poli di Pellestrina hanno accumulato debiti per 120 milioni di euro e il liquidatore della società, Giancarlo Galazzo, ha proposto un piano attraverso il quale potrebbe essere realizzato un attivo di 33 milioni, vendendo proprietà e attività finanziarie, per soddisfare tutti i creditori privilegiati e una parte di quelli chirografari. In modo che i Cantieri, in futuro, possano riprendere l’attività senza debiti.
      La proposta dell’azienda è stata presa in esame dal Tribunale di Venezia il quale ieri ha deliberato di ammetterla al concordato preventivo, una procedura "pilotata" per evitare il fallimento e cercare di soddisfare il maggior numero possibile di creditori, in gran parte istituti bancari (oltre 60 milioni di euro) e fornitori (circa 20 milioni). Il Tribunale ha nominato giudice delegato il dottor Luca Marini e ha designato commissario giudiziale il commercialista di Mestre Emilio Borella, al quale spetterà il compito di gestire materialmente la complessa procedura. Il prossimo 20 febbraio si terrà l’adunanza dei creditori che dovrà dare il proprio gradimento sulla proposta dell’azienda.
      Nella richiesta di ammissione al concordato preventivo, i legali dei De Poli sostengono che l’attuale crisi in cui versano i cantieri di Pellestrina è legata alla costruzioni delle tre navi chimichiere ordinate da una società norvegese, la Utkilen. I tempi per la realizzazione delle tre imbarcazioni si sono allungati per problemi di varia natura e i costi sono sensibilmente lievitati con il passare del tempo, costringendo l’azienda ad elevare il già consistente livello di indebitamento a cui era ricorsa per poter iniziare la costruzione. Il prezzo medio di ciascuna nave era stimato in circa 25 milioni, poi lievitato ad oltre 30.
      Nel pomeriggio di ieri l’ufficio stampa dei cantieri De Poli ha diramato un comunicato nel quale viene dichiarato che intenzione della società «è quella di proseguire l’attività cantieristica fino a completamento delle tre navi attualmente in opera presso i cantieri sociali, sotto il controllo e supervisione del Tribunale di Venezia e del commissario nominato, dottor Emilio Borella. Si specifica, inoltre - prosegue l’azienda - come tale procedura garantisca, a norma di legge, la miglior tutela per tutte le parti interessate, dai creditori ai fornitori ed alle maestranze, proprio nell'auspicabile prospettiva di una prosecuzione dell'attività che i Cantieri Navali De Poli augurano possa avvenire a completamento della procedura, e con il ricostituirsi delle idonee condizioni di mercato e finanziarie necessarie ad una ripresa dell’economia».
      Gianluca Amadori

giovedì 22 gennaio 2009

De Poli, i lavoratori rifiutano la cassa integrazione

Nel frattempo la direzione aziendale, dopo l’incontro di ieri con i sindacati, afferma che tutti gli operai del cantiere navale verranno regolarmente riassorbiti

 

(L.M.) Gli operai dei cantieri navali De Poli di Pellestrina rifiutano la messa in cassa integrazione. È stata una fumata nera, quella arrivata dall’incontro di ieri tra azienda e sindacati che non hanno sottoscritto l’accordo per la messa in cassa integrazione degli operai, nonostante le banche, nella giornata di martedì, abbiano fatto intravedere spiragli positivi per il salvataggio del cantiere. «L’azienda è priva di un progetto industriale - dice Giorgio Molin della Fiom-Cgil in un comunicato - non c’è futuro per i lavoratori, la richiesta di Cigs è per cessata attività. Non si può chiedere al sindacato di condividere la chiusura dell’azienda e di sostenerla con un accordo. L’azienda si è dichiarata non in grado di pagare i dipendenti».
      Ora la palla, così come previsto dalla legge, passa al ministero che da Roma dovrà valutare la situazione. Diversa la posizione dell’azienda. «I sindacati si sono rifiutati di sottoscrivere l’accordo, nonostante ci sia stata la disponibilità da parte dell’azienda di riprendere l’attività produttiva e di conseguenza di reintegrare al lavoro, in tempi brevi, tutti gli operai ora in cassa integrazione. Nessuno rimarrà senza lavoro ma ci vogliono i tempi previsti dalle normative. Una società in liquidazione, infatti, ha tempi precisi che stabiliscono delle priorità. I primi ad essere saldati devono essere i creditori principali, quindi deve avvenire l’acquisto per il materiale delle tre navi in costruzione, e di conseguenza il reintegro a scaglioni per tutti i lavoratori. Perciò è necessario del tempo». Secondo la De Poli la cassa integrazione sarebbe durata, qualora fosse stata sottoscritta ieri, meno di due mesi e mezzo. «La firma dell’accordo - riprendono dalla De Poli - avrebbe comportato che immediatamente i lavoratori avrebbero percepito il mese di dicembre e la tredicesima così come maturato nel corso del 2008, e poi avrebbero avuto, se non al 100 per cento, l’80 per cento di stipendio per gennaio e febbraio». «C’è la volontà - ha detto Davide De Poli - di reintegrare al lavoro, seppure a scaglioni tutti gli operai. Ma entro breve il cantiere tornerà ad operare per cui anche chi sarà chiamato più tardi non dovrà stare in cassa integrazione più di due mesi e mezzo».